Il rapporto sulla convergenza del 2026 della Commissione europea, pubblicato il 24 giugno, evidenzia differenze significative nei progressi verso l’adozione dell’euro tra i cinque Stati membri dell’Unione europea ancora legalmente obbligati ad adottarlo.

La Repubblica Ceca ha rispettato con successo tre dei quattro principali criteri economici, posizionandosi davanti agli altri Paesi, mentre la Romania non ne soddisfa nessuno. Questo contrasto mostra il ritmo disomogeneo del processo di convergenza nell’Europa centrale e orientale, mentre l’area euro continua ad ampliarsi.

I Paesi entrati nell’Unione con gli allargamenti del 2004 e del 2007 si sono impegnati, attraverso i rispettivi Trattati di adesione, ad adottare l’euro una volta soddisfatti i criteri di convergenza. Tale obbligo non si applica ai Paesi dei precedenti allargamenti (né ai membri fondatori), fatta eccezione per la Danimarca, che ha negoziato un’esenzione formale.

Di conseguenza, tutti gli Stati membri entrati dopo il 2004 sono giuridicamente tenuti a prepararsi all’introduzione dell’euro, anche se non è stata fissata alcuna scadenza. Tra questi, Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Romania non hanno ancora adottato la moneta unica e restano obbligati a farlo una volta soddisfatti i criteri necessari.

A oltre 27 anni dal suo lancio, l’euro rappresenta un potente simbolo dell’identità e dell’integrazione europea. Oggi è la valuta di 21 Stati membri ed è utilizzato quotidianamente da oltre 350 milioni di persone, risultando la seconda valuta più utilizzata al mondo. La moneta unica ha prodotto benefici concreti rafforzando il mercato unico, facilitando gli scambi commerciali e gli investimenti e sostenendo la stabilità dei prezzi. Gli ultimi Paesi ad aderire all’area euro sono stati la Bulgaria, il 1° gennaio 2026, e la Croazia nel 2023. Per i Paesi candidati all’ingresso, il rispetto dei rigorosi criteri di Maastricht rimane essenziale per garantire una partecipazione sostenibile.

La Repubblica Ceca mostra una solida convergenza economica

La Repubblica Ceca si distingue nell’ultimo Rapporto sulla convergenza della Banca centrale europea per aver rispettato i criteri relativi alla stabilità dei prezzi, alla solidità delle finanze pubbliche e alla convergenza dei tassi di interesse a lungo termine. Questo risultato riflette politiche macroeconomiche efficaci che hanno mantenuto l’inflazione vicina al valore di riferimento, garantito disciplina fiscale attraverso deficit pubblici controllati e allineato i costi di finanziamento a lungo termine ai livelli dell’area euro. Tali progressi dimostrano una solida base economica e una forte fiducia degli investitori nella gestione fiscale del Paese.

Tuttavia, la Repubblica Ceca non soddisfa ancora il criterio della stabilità del tasso di cambio. Il Paese non ha aderito al Meccanismo di cambio II (ERM II), che richiede almeno due anni di partecipazione senza gravi tensioni valutarie.

Inoltre, la legislazione nazionale ceca non è ancora pienamente compatibile con i Trattati dell’Unione europea e con lo Statuto della Banca centrale europea, in particolare per quanto riguarda l’indipendenza della banca centrale e la piena integrazione nel Sistema europeo delle banche centrali. Di conseguenza, l’adozione dell’euro non è attualmente possibile, nonostante l’obbligo giuridico derivante dal Trattato di adesione all’UE del 2004, un impegno confermato dai cittadini cechi attraverso un referendum.

Il primo ministro Andrej Babiš ha dichiarato a maggio che il governo avrebbe interrotto la preparazione dei rapporti sulla prontezza all’euro, sostenendo che tali esercizi siano privi di utilità vista la mancanza di volontà dell’esecutivo di introdurre la moneta comune. Questa posizione politica contrasta con i progressi tecnici evidenziati dalla Commissione, ma dimostra come le priorità interne influenzino le tempistiche. Nessuno dei cinque Paesi analizzati – Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Romania e Svezia – partecipa attualmente all’ERM II, un passaggio fondamentale che resta ancora non completato in tutti i casi.

La Romania affronta difficoltà significative su tutti i criteri

A differenza della migliore performance della Repubblica Ceca, la Romania non soddisfa nessuno dei criteri di convergenza, evidenziando ostacoli strutturali e fiscali più profondi. Il suo tasso medio di inflazione fino a maggio si attestava all’8,4%, ben oltre il valore di riferimento del 2,7%. Sebbene si preveda una graduale riduzione dell’inflazione nella seconda metà del 2026 e nel 2027, essa dovrebbe comunque rimanere al di sopra della soglia richiesta, ritardando il raggiungimento della stabilità dei prezzi.

La Banca nazionale della Romania ha utilizzato un regime di cambio flessibile controllato, con interventi volti a mantenere la stabilità finanziaria e ancorare le aspettative, ma il leu si è comunque indebolito significativamente rispetto all’euro a causa dell’incertezza politica del 2025 e dei deflussi di capitale, chiudendo il biennio con una perdita di circa il 5%.

Anche le finanze pubbliche rappresentano una grave criticità. La Romania resta sottoposta alla procedura per deficit eccessivo, con il disavanzo pubblico complessivo passato dal 9,3% del PIL nel 2024 al 7,9% nel 2025 grazie al miglioramento della riscossione fiscale e a due importanti pacchetti di consolidamento finanziario. Queste misure hanno prodotto complessivamente circa 3,7 punti percentuali di PIL tra maggiori entrate e tagli alla spesa.

Le proiezioni indicano un’ulteriore riduzione del deficit al 6,2% nel 2026 e al 5,8% nel 2027, sostenuta dall’aumento dell’IVA e delle accise, dagli aggiustamenti delle imposte sui dividendi e sulla proprietà e da controlli più rigidi sulla spesa. Tuttavia, questi valori restano significativamente superiori al limite del 3% previsto dai Trattati.

Anche i tassi di interesse a lungo termine non soddisfano il criterio di convergenza, con una media del 6,7% fino a maggio rispetto al valore di riferimento del 5,1%. I tassi sono aumentati a causa delle preoccupazioni fiscali e dell’avversione al rischio dei mercati, prima di stabilizzarsi parzialmente all’inizio del 2026. Anche la convergenza giuridica presenta ritardi, con lo statuto della banca centrale rumena che mantiene incompatibilità relative all’indipendenza dell’istituzione, al divieto di finanziamento monetario e alla piena integrazione nell’Eurosistema.

La Svezia si unisce alla Repubblica Ceca nel soddisfare tre criteri, mentre Ungheria e Polonia mostrano un allineamento più limitato. Il rapporto sottolinea che una convergenza autentica e duratura in tutti gli ambiti è necessaria prima che un Paese possa adottare l’euro in sicurezza.

Dopo l’ingresso della Svezia nella NATO nel 2024, la sua storica neutralità è giunta al termine. Economisti e decisori politici ritengono che l’adozione dell’euro potrebbe rafforzare l’integrazione e l’influenza della Svezia in un contesto globale instabile.

La Banca centrale europea osserva che, sebbene la Svezia soddisfi molti criteri economici e giuridici, come la stabilità dei prezzi e la solidità delle finanze pubbliche, il Paese resta fuori dall’ERM II, un passaggio fondamentale verso l’adozione dell’euro.

Gli orientamenti dell’opinione pubblica, tuttavia, rimangono in larga parte favorevoli nonostante questi ostacoli tecnici. Il sondaggio Flash Eurobarometer collegato al rapporto, condotto dal 17 aprile al 4 maggio 2026, ha rilevato che il 57% degli intervistati negli Stati non appartenenti all’area euro ritiene che la moneta unica abbia avuto effetti positivi sui Paesi che già la utilizzano.

La maggioranza degli intervistati prevede inoltre benefici per il proprio Paese (51%) e personalmente (52%). Nel complesso, il 52% sostiene l’introduzione dell’euro nel proprio Stato, con i livelli di consenso più elevati in Ungheria (80%, in forte aumento rispetto all’anno precedente), Romania (65%), Svezia (51%), Polonia (43%) e Repubblica Ceca (42%). Questi dati suggeriscono che molti cittadini vedano l’euro come uno strumento per una maggiore prosperità, anche laddove i governi procedono con cautela.

L’euro oltre i confini dell’Unione europea

Al di fuori dell’Unione, la portata dell’euro si estende in modo informale. Montenegro e Kosovo utilizzano la moneta unica come valuta principale da 23 anni, nonostante non siano membri né dell’Unione europea né dell’area euro.

Il Montenegro, indipendente dalla Serbia dal 2006 e impegnato nei negoziati di adesione all’UE dal 2012, punta a entrare nell’Unione entro il 2028. Il Kosovo, indipendente dal 2008, ha presentato domanda di adesione alla fine del 2022, ma la sua candidatura resta bloccata a causa del mancato riconoscimento da parte di cinque Stati membri dell’Unione: Cipro, Grecia, Romania, Slovacchia e Spagna.

L’introduzione dell’euro è iniziata con banconote e monete fisiche il 1° gennaio 2002, nei dodici Paesi fondatori. Oggi, la sua capacità di resistere alle crisi conferma i vantaggi dell’adesione per gli Stati adeguatamente preparati.

Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su EUAlive disponibile qui.

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